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mercoledì 17 aprile 2024

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Silenzio

di Marco Celati - martedì 28 marzo 2023 ore 08:00

A volte basta un poco di vino per scaldare il cuore. Meglio il cuore pulsante, della bocca vociante degli astanti in pausa pranzo. Non sono comprensivi né progressisti come uno si aspetterebbe da gente che lavora e lapidano di giudizi come pietre i migranti che vedono in Tv: ci rubano il lavoro, se ne stessero a casa sua! La vita difficile non è maestra di niente per nessuno, che sia migliore per tutti. La compagnia è questa, ma sto bene comunque nel vocìo comune, dentro il silenzio che è mio. Di fuori si vede un cipresso e, sullo sfondo, una pala di quelle che girano e danno energia. Il vento che piega il cipresso fa girare la pala. Chi avrà piantato il cipresso, chi installato la pala? E perché? A volte tutto sembra privo di senso e magari è qualcosa che bisognerebbe sapere o almeno capire. Contrastare o assecondare il vento? Ma il vino fa la testa leggera, elude pensieri più grevi e inganna il tempo che viene.

Tempo e silenzio, grido e canto, cielo e baci, voce che si spezza. Silenzio, stan dormendo nel giardino i nardi e i gigli in fiore, non voglio che sappiano il mio dolore perché, vedendomi piangere, moriranno. Nel suono del silenzio, nei sogni inquieti, ho camminato solo e nella nuda luce ho visto diecimila persone, forse più, gente che parla senza dire, che ascolta senza capire, che scrive canzoni che nessuno canta, nessuno ha osato disturbare il suono del silenzio. Il silenzio è vuoto, un male, oppure è essenza delle cose.

Spesso la gente è detestabile, conformista, aggressiva, chiassosa, priva di umanità. Non ho mai capito se potessimo, con il sapere e il tempo, diventare umani: persone, società, paese. O se l’umanità fin dai primordi fosse destinata a diventare gente, individui, nazioni, per un gene innato, un difetto di fabbrica, un incontrollato gregarismo tribale, un’interpretazione eccessiva del nostro essere animali sociali, un’inclinazione irrimediabile al male che ha sopraffatto il bene.

Qual è l’intreccio inestricabile o irrisolto tra individuo e specie, tra persona e masse? E, nella fattispecie, sicurezza e solidarietà fanno parte di una catena casuale degli eventi? Non lo so. Credo di sapere, ma non so. Alla fine, come tanti, cerco più domande che soluzioni. La gente di Calabria ad esempio che rispetto e non conosco, mi risulta un’enigma: Riace, il processo alla solidarietà. Cutro, l’annegamento dei migranti. La Regione calabra, legalità contro ‘ndrangheta. Fratellanza, generosità di cuore, emigrazione. E il voto a destra. Un nesso esiste, una dottrina, ma non si scioglie. E chissà se si spiega.

Del resto il nesso solidarietà/sicurezza è sempre insidioso, non sempre facilmente individuabile, né risolvibile. Chissà se reale o artificioso. Se più giusto o più utile. Lo scrittore franco-marocchino Tahar Ben Jelloun, nel suo bel libro “Il razzismo spiegato a mia figlia”, citando i vari casi di specie dice che non si tratta di episodi straordinari, il razzismo è in buona salute e come esempio riporta: Il sindaco di Pontedera, in provincia di Pisa, ha bloccato il soccorso sanitario e alimentare ai clandestini”. Si parla di un periodo precedente al 2009 e sembra che l’affermazione dello scrittore sia basata su una segnalazione di Amnesty International. Mi dispiace come pontederese, e non solo. Sostengo Amnesty International e conosco quel sindaco. A volte fanno peggio le “anime belle” di quelle malvagie, ma quel sindaco di certo non era razzista. Non è, essendo per sua fortuna ancora vivente. Abbiamo fatto le stesse scuole, abbiamo lavorato insieme in Comune durante i suoi mandati, ci frequentiamo ancora, essendo amici, per come lo si possa essere, e, ripeto, lo conosco bene, per quanto a fondo ci si possa conoscere. Si fa fatica anche a conoscere se stessi!

Ricordo i motivi per cui quella frase lapidaria probabilmente è stata scritta. Ci furono in quel periodo a Pontedera ripetuti episodi di disordine nella zona della Stazione, dove risiede una buona percentuale di immigrati. Le risse, prevalentemente notturne, coinvolgevano proprio questi cittadini. Avvenivano in genere intorno ai Call Center di recente installazione che, per vari motivi, non tutti edificanti, divenivano centri di attrazione e catalizzatori di parapiglia e baruffe varie. Alcune anche gravi. Ci furono proteste giustificate e da varie parti alimentate, anche da posizioni “sinistre” che oggi potremmo definire alla “Diego Fusaro”. Il sindaco con toni duri si rivolse, anche a mezzo stampa, alle comunità dei nuovi insediati, a cui giustamente erano stati garantiti diritti, richiamandole al rispetto dei doveri che regolano la comunità. Minacciò la sospensione dei sostegni, che mai però furono tolti. Oltretutto non è il Sindaco che ne dispone il riconoscimento, ma sono commissioni istituzionali di cui il Sindaco non fa parte. Si trattò solo di un monito, più o meno giusto, e non c’entravano più di tanto i clandestini, quanto i disordini.

Di fatto fu creato un comitato rappresentativo degli abitanti del quartiere e furono affrontati i problemi con incontri e iniziative. Questa fu la risposta del Comune e della città. Nel rispetto della convivenza civile, la Stazione, proprio per le sue multicolori residenze, può divenire un luogo di incontro, ricco di socialità e solidarietà. Non sempre e non del tutto fanno fede i titoli e gli articoli dei giornali. A Pontedera era stato istituito un Consiglio dei nuovi cittadini in rappresentanza delle varie comunità insediate, da loro eletto, ed un presidente che interveniva ai Consigli Comunali. Durante il mandato di quel sindaco “razzista”, che la destra avversò per l’opposto, per una politica solidaristica e inclusiva, ben oltre cinquecento mila euro furono spesi in iniziative di solidarietà internazionale. Per non parlare degli aiuti sociali ed economici locali. E il sindaco ha ricevuto diversi attestati in riconoscimento del suo impegno dalle varie comunità, in primo luogo da quella senegalese, la più numerosa in città. Certo che non si deve mai generalizzare e rendere le comunità responsabili delle colpe dei singoli, ma un richiamo si può fare, restando più o meno nel giusto. Che non si sa mai qual è, solo i “benpensanti” lo sanno sempre. Il responsabile di una delle comunità magrebine, laureato e religioso, al quale chiesi come mai, avendo due figli alle superiori, un maschio e una femmina, aveva deciso di non far proseguire gli studi alla figlia, mi rispose che la femmina era meglio se stava accanto alla madre, seguendo gli affari di famiglia. Credo avessero un negozio. Lo mandai a quel paese, non necessariamente al suo, ma non ho mai pensato che tutti fossero così, agissero in questo modo nei confronti delle figlie.

A volte se ne parla ancora tra noi e gli dico, scrivi a Tahar Ben Jelloun, prova almeno a chiarire, se non altro per sua figlia e per l’idea che si può essere fatta di Pontedera. E mica solo lei. L’amico sindaco è passato attraverso diverse vicissitudini, come tutti, ha fatto bene e male. Ha avuto a che fare con altri giudizi che ritiene ingiusti, a torto o a ragione. Fa ancora, come può, solidarietà, ma quel marchio di infamia del libro non riesce a toglierselo da dosso. Lo amareggia, lo tormenta più di tutto, ne è come sopraffatto. E dice che sì, forse un giorno lo farà, scriverà al grande scrittore, ma aggiunge che è ben triste e discussa figura il “Cicero pro domo sua” che difende se stesso. E da un certo punto in poi, se a se stessi si sopravvive, la vita diventa la lista di ciò che si perde, il racconto delle cose andate male. E così preferisce di no. Fanculo la memoria, c’è un diritto all’oblio. E al silenzio.

Domenica mattina. Suona il campanello. Rispondo al citofono. Una voce femminile.

⁃ Chi è?

⁃ Non mi conosce, volevo invitarla ad un incontro per una cosa molto importante.

⁃ Quale?

⁃ La Commemorazione della morte di Gesù.

⁃ Ma poi è risorto…

⁃ Sì, insomma. Gesù è Figlio di Dio: Dio è uno e fu Dio a risuscitarlo dai morti.

⁃ Non capisco bene la differenza, quanto a resurrezione, non sono pratico, comunque è la commemorazione della sua crocifissione?

⁃ Della sua morte…

⁃ Perché, scusi, Gesù non è morto in croce?

⁃ No, appeso a un palo, secondo l’usanza delle esecuzioni del tempo.

⁃ Un palo! Ma è sicura?

⁃ Un palo diritto, come afferma la Bibbia.

⁃ Ma via! Se l’immagina la simbologia? Un palo al posto del crocifisso nelle chiese, sui muri delle case… E il segno della croce? Come si fa il segno del palo? La Via Crucis che diventa la Via Pali, non è possibile!

⁃ Eppure le Sacre Scritture attestano questo e Geova ci dice di testimoniare la verità contro i falsi simboli!

⁃ Ho capito, non importa grazie, come avessi accettato.

Appendo il citofono. Ce n’è di gente in giro! Misteri delle fedi. Non sono credente, ma Benedetto, Croce -per l’appunto- aveva ragione: non possiamo non dirci cristiani. E meglio se di origine controllata e garantita. Aggiungo. Ma mi chiedo se questa conversazione al citofono sia davvero avvenuta o sia frutto d’immaginazione del mio scettico solipsismo e me ne resto in casa. Chiuso nel suo silenzio e dentro i miei pensieri. È già Primavera, Pasqua verrà.

Marco Celati

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