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Attualità mercoledì 13 maggio 2020 ore 10:57

"Ecco perché le Rsa sono andate in crisi da Covid"

L’Ordine delle professioni infermieristiche interprovinciale Firenze Pistoia ha analizzato le criticità emerse durante la gestione dell'emergenza



FIRENZE — L’emergenza sanitaria dovuta all'epidemia di Coronavirus ha messo in evidenza le criticità del settore socio-assistenziale. In un Paese caratterizzato da una alta percentuale di popolazione anziana, proprio questa fascia di età ha registrato le maggiori perdite. Cos'è che non ha funzionato? 

L’Ordine delle professioni infermieristiche interprovinciale Firenze Pistoia ha chiesto a Stefano Chivetti, presidente di uno studio associato di infermieri liberi professionisti attivo dal 1995, e a Mariaflora Succu, direttore di un Centro Residenziale di Firenze a gestione e direzione infermieristica di analizzare quanto accaduto.

"Con l’emergenza Covid, nelle Rsa si è aperto un vaso di Pandora – ha detto Succu – che ha rivelato al mondo la portata delle criticità di cui eravamo già assolutamente consapevoli. Tra queste, di grande rilevanza, il fatto che per la normativa regionale non è obbligatorio un coordinamento infermieristico, né parimenti lo è la presenza sulle 24 ore di personale infermieristico nelle strutture socio sanitarie, e, nemmeno, un’organizzazione legata alla effettiva complessità assistenziale degli ospiti". "Molte strutture, pur nel rispetto del parametro normativo di presenza infermieristica, non hanno di fatto l’infermiere nel turno notturno pur avendo ospiti la cui complessità lo richiederebbe: se una persona ne ha bisogno, questo bisogno non può essere legato ad una fascia oraria – ha aggiunto Chivetti -. Le strutture dovrebbero poter sostituire, all’occorrenza, un OSS con un infermiere che possa offrire per le proprie competenze adeguata assistenza ai pazienti".

"Tutte le strutture – ha detto ancora Succu – nascono come realtà prioritariamente sociali e secondariamente sanitarie. Oggi lo scenario è completamente cambiato. l’allungamento della vita conduce a una vecchiaia in cui la componente sanitaria non è marginale ma prevalente. Se il mix di operatori previsti nelle Rsa verte maggiormente nella parte sociale anziché su quella sanitaria, non sarà possibile erogare l'assistenza che gli ospiti richiedono, e non è possibile esprimere, nel momento della necessità, le competenze necessarie: l’emergenza Covid ne è stato un triste ed eclatante esempio. In questo senso la Direzione infermieristica di una Rsa può fare la differenza, anche nella proattività rispetto agli scenari che una pandemia impone. Molte strutture hanno pagato a caro prezzo e senza averne colpa il retaggio di un assetto ormai non più realistico, di stampo non sanitario".

"È necessario andare oltre e avere infermieri con competenze nella gestione di strutture sanitarie – ha aggiunto Chivetti - Servono figure infermieristiche formate e competenti nell’ambito specifico. È necessario che la formazione, anche quella di base, non sia orientata esclusivamente allo scenario ospedaliero: oggi per lavorare al di fuori degli ospedali pubblici nel settore privato sono necessarie competenze di alto livello clinico. Il ricovero di un anziano proveniente da una Rsa molto spesso rappresenta il fallimento del sistema di accoglimento e cura: su questo nodo cruciale è necessario fare autocritica e rivedere il sistema".

"La regia del sistema pubblico è fondamentale: devono essere dettate norme e regole chiare e adatte al contesto, poi perde di importanza se chi le mette in atto è un soggetto pubblico o privato – ha detto Chivetti -. È sulla base dell’adesione alle norme, una volta che queste siano riviste e rese coerenti con i bisogni, che si può giudicare se il gestore della Rsa, privato o pubblico che sia, sta facendo un buon lavoro. Particolare attenzione deve essere posta anche alle gare d’appalto dei servizi che potrebbero essere facile preda di soggetti che mirano alla speculazione nel settore e non alla cura".

"L’infermiere che lavora in RSA si sente un infermiere di serie B – ha aggiunto Chivetti - e vive con un senso di frustrazione continua ed è spinto a cercare altre strade. Questo non permette né la stabilizzazione dei professionisti né la continuità assistenziale. In un reparto di medicina il ricovero medio è di 7 giorni. Nelle Rsa la persona entra e nella maggior parte dei casi finisce la propria vita all’interno della struttura: è indispensabile che si creino le condizioni per garantire la continuità di cura e che siano gratificanti per i professionisti e per gli operatori in generale".

"Su 50 ospiti ci sono in media 35/40 medici. E questo è stato probabilmente uno dei motivi di contagio nell’esperienza Covid – ha detto Succu -. Dovremmo seguire il modello del Veneto in cui c’è un medico di medicina generale unico. Una presenza quotidiana e costante, all’interno delle strutture, rappresenterebbe una garanzia e un aiuto per gli infermieri".

"La presenza di diagnostica di primo livello permetterebbe invece di gestire all’interno tutta una serie di indagini – ha aggiunto Chivetti -. Tutto ciò che si può fare all’interno delle RSA deve essere fatto, anche attraverso la telemedicina. Allora sì che si potrebbe tutelare la fragilità dell’anziano. Abbiamo presente cosa significa far uscire un anziano di 95 anni in inverno per fare un’ecografia?".

"In questo momento di emergenza c’è grande attenzione alle RSA, ma prima di questo siamo stati lasciati soli – ha concluso Succu -. Direttori di strutture si sono visti consegnare mascherine che non erano buone nemmeno per spolverare. È stata una follia. Abbiamo cercato ovunque per dare ai colleghi almeno strumenti capaci di frenare la possibilità di contagio. Chi questo non lo ha fatto è perché non ha potuto. Esistono, purtroppo, realtà in cui il personale infermieristico prende ordini da chi non è competente in materia. Invece è necessario essere competenti e coraggiosi. Saper dire no".



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