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Attualità giovedì 15 ottobre 2020 ore 15:46

"La Battaglia di Anghiari non è un mito ma storia"

Gabriele Mazzi, direttore del Museo della Battaglia e di Anghiari, invita ad osservare l'opera dal punto di vista storico collocandola sul territorio



FIRENZE — La ricerca dell'opera perduta di Leonardo da Vinci non si è mai conclusa, riprova è il fermento culturale presente attorno alla Battaglia di Anghiari, riacceso dopo un dibattito sui documenti storici. Se da una parte un gruppo di studiosi, Roberta Barsanti, Gianluca Belli, Emanuela Ferretti e Cecilia Frosinini, ha recentemente escluso con una ricerca che l'opera sia mai stata realizzata a Palazzo Vecchio dall'altra esperti di Leonardo, come Riccardo Magnani, ne rivendicano l'esistenza a suon di testimoni illustri che l'avrebbero ammirata sulla parete del Salone dei Cinquecento.

"Leonardo ha raffigurato un episodio storico, avvenuto veramente, proprio sotto le mura di Anghiari, lungo lo stradone medievale e drittissimo che taglia la pianura del Tevere, strada che anche oggi indica verso levante" così nel dibattito si è inserito anche Gabriele Mazzi, direttore del Museo della Battaglia e di Anghiari che ha invitato a calarsi nel contesto rurale per ricercare le origini dell'opera. 

Lo scontro tra fiorentini e milanesi è avvenuto il 29 Giugno dell'anno 1440. Il luogo della battaglia è ancora oggi riconoscibile grazie alla Maestà della Vittoria, costruita nel 1441 a ricordo della memorabile vittoria.

“Nella vicenda storica - ha detto Mazzi - c’è un dato di fatto incontrovertibile: l’opera è molto famosa per dei meriti intrinseci. Noi oggi però non vediamo più la sua celebrità con gli occhi di chi l’ha resa illustre, data la scomparsa del lavoro autografo. Sono gli occhi ad esempio di Andrea del Sarto, Raffaello, Rubens, passando dal racconto di Benvenuto Cellini, leggendo la celebre lettera del Doni. Abbiamo aggiunto qualcosa nella storia recente del capolavoro: il mistero della pittura “scomparsa”. È quindi la sensazione fantastica del mistero che ci attrae, che ha sostituito l’ammirazione delle più vere e vive testimonianze sulla Battaglia di Anghiari, quali i disegni (ad esempio quello cosiddetto di Casa Rucellai) o le pitture (solo per fare un esempio la celebre Tavola Doria). Ciò trae in confusione, per cui vale la pena farsi una domanda pericolosa: cosa ammiriamo di più oggi? La straordinaria invenzione figurativa di Leonardo Da Vinci, oppure la fantasia di una pittura scomparsa?".

Ed ancora "Una grande raccolta di ciò che ha prodotto la “zuffa per lo stendardo” è già stata più volte pubblicata da illustri studiosi e realizzata anche dal nostro museo tramite un database digitale disponibile al pubblico. Queste raccolte, già da sole, parlano dello straordinario successo di un’impresa pittorica finita male, ma che ha la sua genesi nella altrettanto straordinaria messe di versioni, copie o ispirazioni più o meno dirette. Ed è per questo che si può affermare con certezza che la Battaglia di Anghiari di Leonardo è famosa anche senza la componente “mistero”. Tutto ciò per evidenziare come la validità del metodo scientifico con cui sono state condotte le ultime indagini storiche, alcuni giorni fa presentate presso le Gallerie degli Uffizi, abbia delle basi solidissime mentre le proposte di lettura sulla vicenda siano assai interessanti. E lo sono ancora di più poiché confermano la palese fama, fra i suoi contemporanei, del lavoro di Leonardo. Ai fini poi dello straordinario successo dell’opera, il cui forte eco arriva oggi fino a noi, non importa in quale supporto la Battaglia di Anghiari sia stata delineata: l’idea della “zuffa per lo stendardo” rimane grandiosa ed è tale, anche, poiché Leonardo ha raffigurato un episodio storico, avvenuto veramente, proprio sotto le mura di Anghiari, lungo lo stradone medievale e drittissimo che taglia la pianura del Tevere, strada che anche oggi indica verso levante. Ed è proprio su quello stradone, anziché nel salone di Palazzo Vecchio, che ha senso fantasticare, immaginarsi i cavalieri leonardeschi lottare per la bandiera dei nemici, fra i turbini di polvere che lo stesso Leonardo cita nel postumo Libro della pittura”. 


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