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mercoledì 08 febbraio 2023

LE PREGIATE PENNE — il Blog di Pierantonio Pardi

Pierantonio Pardi

Pierantonio Pardi ha insegnato letteratura italiana all’ITAS “ Santoni” di Pisa fino alla pensione. Il suo esordio narrativo è stato nel 1983 con Bailamme (ristampato nel 2022 con Porto Seguro editore). Negli anni seguenti ha pubblicato insieme ad altri autori “Le vie del meraviglioso” (Loescher,1966), “Il filo d’Arianna (ETS, 1999) e da solo “Cicli e tricicli” (ETS 2002), “Graaande …prof (ETS, 2005) e “Il baffo e la bestia” (ETS 2021). Ha curato l’antologia “Cento di questi sogni” (MdS, 2016) ed è direttore editoriale della collana di narrativa “Incipit” (ETS)

​Un maledetto toscano

di Pierantonio Pardi - martedì 06 dicembre 2022 ore 07:00

“I Toscani hanno il cielo negli occhi e l’inferno in bocca” è forse una delle affermazioni più conosciute di “Maledetti toscani” il libro, una sorta di pamphlet, che Curzio Malaparte dedicò alla Toscana. Cosa voleva dire con quell’affermazione ce lo spiega lui stesso: “In una cosa, però, tutti i toscani si assomigliano tra loro; ed è il colore degli occhi, che son chiari, danno sul grigio, son del colore del cielo toscano” (158). Per quanto riguarda l’inferno è sempre Malaparte a sottolineare che una gran virtù dei toscani è proprio quella di essere “sboccati”. “ E non la ritrovi soltanto in bocca ai béceri e alle ciane, ma in bocca a Dante, al Boccaccio, al Sacchetti (…), quella virtù dei toscani.” Insomma, la risposta arguta, tagliente, caustica, feroce, geniale è prerogativa esclusiva dei toscani. E bisogna render merito ai toscani se anche nei tempi dell’universale vigliaccheria e cortigianeria italiane, c’è sempre stata in Italia gente ardita e schietta che parlava a bocca aperta, e dava “di bischero, in piazza a Papi, a Re, a Imperatori e non aveva paura dell’inferno” (14) E, anzi, ti ci mandavano all’inferno i toscani e volentieri, ed ecco spiegato “l’inferno in bocca”.

Non c’era modo migliore, a mio avviso, di iniziare questo profilo su Malaparte se non questo di cedergli immediatamente la parola per introdurci in questo libro dove protagonista assoluta è la Toscana, madre di artisti, terra di cultura dagli Etruschi al Rinascimento che infonde nella scrittura di Malaparte echi illustri della tradizione letteraria da Dante al Fucini. E’ un ritratto divertente e ironico di ambienti, città, e psicologie dei personaggi, descritti con arguzia, ricco di aneddoti e curiosità dove il gusto polemico e dissacrante serpeggia in ogni pagina.

Gran personaggio Curzio Malaparte , nome d’arte di Curt Erich Suckert (Prato, 1898 – Roma 1957), scrittore, giornalista, fu tutto e il contrario di tutto, un ossimoro vivente, lo definì qualcuno. Lo pseudonimo che usò fu una sua invenzione umoristica basata sulla paronomasia che rovesciava ironicamente il cognome Bonaparte in Malaparte. Fu fascista (partecipò alla Marcia su Roma) ed antifascista (dopo il ritorno dalla Francia, fu condannato a cinque anni di confino). Prima anticomunista, ma, nel secondo dopoguerra si avvicinò al Partito Comunista Italiano grazie a Togliatti che lo assunse come cronista e infine , poco prima di morire, si iscrisse al Partito Repubblicano Italiano.

Noto, soprattutto all’estero, per i suoi romanzi “Kaputt” e “La pelle”, romanzi autobiografici basati sulla sua esperienza nella prima e seconda guerra mondiale, fu soprannominato l’ “Arcitaliano” (titolo del libro in cui sono raccolte le sue poesie) per aver sintetizzato in sé difetti, pregi e contraddizioni degli italiani.

Anche la carriera letteraria e giornalistica di Curzio Malaparte fu un lungo inserimento nella realtà del nostro paese; in ogni suo libro, l’autore si riserva sempre una parte di osservatore o di protagonista con l’impulso di esibirsi sempre, anche quando aderisce agli ermetici prima e ai surrealisti dopo, grazie alla rivista “Prospettive” da lui diretta. Legato a Bontempelli nel primo periodo di “900” se ne distaccò per allearsi a Maccari, esaltando con “Il Selvaggio” il ritorno alle tradizioni di un’Italia contadina e comunale. Ma, come nota Giacinto Spagnoletti, “Queste contraddizioni, o meglio trasformazioni da un adepto di “stracittà” ad un altro di “strapaese” sono più apparenti che reali. Il temperamento di Malaparte rimase quello di uno scrittore talvolta stordito dalla civiltà moderna, che non perse mai di vista i classici, e in particolare quelli del rinascimento italiano”.

Ma andiamo, adesso, ad analizzare “Maledetti toscani”, uscito, per i tipi della Vallecchi nel 1956.[i] Non è un romanzo e neppure un saggio, dato il tipo di linguaggio spesso scanzonato e icastico usato dall’autore, con battute e aneddoti divertenti e dissacranti. Si può quindi definire un pamphlet.

Ma, prima di iniziare l’analisi, permettetemi una considerazione : in Toscana ci piace esagerare. Non bastavano Dante, Petrarca e Boccaccio e il fatto che qui sia nata la lingua italiana, ma ci abbiamo aggiunto Giotto, Michelangelo, Donatello, il Masaccio, Leonardo da Vinci, Galileo Galilei, Machiavelli … basta mi fermo. Poi, come se non bastasse, il primo grande romanzo dell’800, “I Promessi sposi” è vero che lo ha scritto Manzoni, ma , guarda caso, in fiorentino. Insomma, in un ipotetico scontro tra regioni, pensando a quella pubblicità televisiva del “gratta e vinci”, una voce fuori campo direbbe alla Toscana: «Ti piace vincere facile?».

Fin dalle prime pagine CM (d’ora in poi Curzio Malaparte) dimostra di essere un po’ (ma solo un po’) di parte: “Che tutti gli italiani siano intelligenti, ma che i toscani siano di gran lunga più intelligenti di tutti gli altri, è cosa che tutti sanno, ma che pochi vogliono ammettere (…) chi negherà che l’intelligenza, in Toscana, ci sta di casa, e che anche gli scemi, che in casa d’altri son soltanto scemi, da noi sono intelligenti?” (8).

Tutti gli altri popoli italiani, tranne gli Umbri, odiano i toscani; solo gli Umbri vogliono bene ai Toscani, chissà perché, si chiede CM; poi, però, nota che in Umbria ci sono troppi santi e quindi scatta il paragone con la Toscana: “ Di santi, per fortuna, ce n’è pochi in Toscana, e grazie a Dio son della stessa pasta del pane casereccio, che è senza sale, un po’ sciocco, ma di grano duro. E non han bisogno di far miracoli strepitosi, o barocchi, per guadagnarsi il Paradiso: che è lì ,accanto all’uscio di casa, e ci si va come si va da una stanza all’altra. (Si apre una porticina e si entra)“(35)

E la stessa “porticina” si apre per andare all’Inferno” E qui mi fermo all’Inferno. Voglio dire che tralascio di salire al Purgatorio e al Paradiso, perché a far le scale mi viene l’affanno” (39) E più avanti dirà: “ Come se in Toscana s’avesse paura dell’inferno! Non perché non si sappia che c’è, ma perché all’inferno ci va soltanto chi ci vuole andare, o chi ci si fa mandare. (I toscani, all’inferno, ci vanno a orinare)” (46)

“Io son di Prato, m’accontento di essere di Prato, e se non fossi nato pratese, vorrei non esser venuto al mondo” (56) scrive CM, ma questa che sembrerebbe l’apoteosi del campanilismo più bécero, in realtà è solo una provocazione scherzosa, anche se per C.M. “bécero” non è un termine offensivo, anzi per lui un bécero è un toscano allo stato di grazia che osa dire a voce alta in piazza quello che gli altri italiani tacciono o sussurrano. E, a proposito dei pratesi, CM racconta un divertente aneddoto: “Come avvenne quando passò per Prato il Re di Francia Carlo VIII, quello delle trombe e delle campane, sceso in Italia per insegnare agli italiani il rispetto per chi comanda; i miei pratesi non si accontentarono di far la stima del panno di cui vestiva quel Re, ma dicendo. “a Prato hai da finire” si voltarono tutti insieme contro il muro per farsi una pisciatina” (74)

E anche ad Annibale, quando scese a conquistare la Toscana, fu riservato un trattamento simile: “ Tu sei più buffo di Annibale” dicono i miei pratesi. Forse perché Annibale era fuligginoso e aveva un occhio solo (…) nessuna città toscana gli aprì le porte. E se Annibale volle dormire, gli toccò dormire fuori dell’uscio (…) e se volle una donna gli toccò farsela venire dall’Africa; tanto che, una volta fuori dalla Toscana, non ci volle più rimetter piede e preferì rimanersene a gironzolare e a battagliare per vent’anni nelle Puglie e nelle Calabrie, dove per mantenersi amici quei popoli, gli bastava dar spettacolo in piazza, la domenica, con i suoi elefanti ammaestrati” (77,78)

CM insiste molto sull’uso tutto toscano di mandar la gente, nostrana e forestiera, a pigliarlo in tasca; è un modo toscanissimo di intendere la storia. Successe a Carlo VIII, ad Annibale di andarselo a prendere nel bocciòlo e “non c’è toscano o forestiero, grande o piccolo che fosse, il quale, al momento buono, non ci sia andato. C’è andato anche Dante: e non è vero che ci andasse per conto suo, per affari di famiglia. Vero è che ce lo mandarono” (89)

Un altro divertente aneddoto riguarda la discesa degli alleati in Toscana nell’agosto del 1944, Una colonna di soldati che stava attraversando Ponte vecchio a Firenze si trovò davanti un vecchietto che trascinava un carrettino molto lentamente e non li lasciava passare e, quando un soldato gli intimò di spostarsi, il vecchietto rispose “O che vi credete d’essere a casa vostra? C’è tanto posto nel mondo per andare a far la guerra, proprio qui vu’ avete a venire? O buchi!” (95). Una guardia comunale gli si avvicinò per fargli la contravvenzione, ma in quel momento accanto alla Loggia del Bigallo passò un soldato americano di quelli grassi, dal gran sedere strozzato dentro i calzoni stretti, che camminava dondolandosi sui fianchi. La guardia gli diede un’occhiata, poi si voltò all’omino e gli disse. «E t’hai ragione di chiamarli buchi! Se quello fa una correggia in un sacco di farina, c’è nebbia per sei mesi a Firenze» (95) E subito dopo, ecco che con un inaspettato cambio di registro e di città, si passa dal prosaico al lirico con questa descrizione: “ Oh le belle donne livornesi, dipinte d’ocra e di azzurro, dalle labbra di carne viva, le gote accese, gli occhi a triangolo sotto il curvo orizzonte dei sopraccigli (…) In fondo al loro grembo germinano alberi e vele, onde, scogli, nere tempeste e bianche bonacce. Al loro grembo tornano i marinai delusi, i velieri stanchi, le onde pigre, torna il vento vagabondo” (131,132) Pura poesia!

Ecco da questi due esempi, si potrebbe dire tra il profano e il sacro, si può dedurre quale sia lo stile di CM, uno stile realistico e “immaginifico”, a tratti quasi espressionista, alla Céline, sorretto da un ritmo e una velocità di scrittura inimitabili. In questo libro, CM ha mischiato fatti reali, spesso autobiografici, ad altri immaginari e ad altri ancora tratti dalla storia antica e moderna.

Maledetti Toscani ci guida attraverso i paesaggi, i popoli, le città, la letteratura della Toscana..A qualcuno questo libro potrebbe sembrare campanilista e fazioso, ma non è così. Nel descrivere, provocatoriamente, la superiorità dei toscani, Malaparte critica i tanti vizi italici, primo fra tutti la mancanza di coerenza.. Essere uomini tutti d’un pezzo significa essere prima di tutto liberi, non sottomessi ; secondo CM questo atteggiamento è più presente nei toscani che non si fanno assoggettare da nessuno.

E vorrei chiudere, dando di nuovo la parola a lui: “ Imparate dai toscani che non c’è nulla di sacro a questo mondo, fuorché l’umano, e che l’anima di un uomo è uguale a quella di un altro: e che basta sapersela tener pulita, all’asciutto, che non pigli polvere né umido, come sanno i toscani (…) Imparate dai toscani a non temer l’odio della gente, né l’invidia, il livore, la superbia, a non temer nemmeno l’amore. Imparate a rispondere alla malvagità coi calci bassi, al sospetto con i morsi alla gola, ai baci sulla guancia con le dita negli occhi” (142) E che l’altra guancia la porga qualcun altro …

Concludo con la speranza che ogni toscano che ne fosse ancora privo, corra a comprare questo libro e se lo tenga sul comodino, leggendone un po’ ogni sera in modo da addormentarsi con il sorriso sulla bocca.


Pierantonio Pardi

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