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Arte lunedì 08 giugno 2015 ore 15:09

Lapislazzuli, la magia del blu

Nel Museo degli Argenti la raccolta di vasi intagliati in lapislazzuli iniziata da Cosimo I e proseguita da Francesco I e dal fratello Ferdinando



FIRENZE — Palazzo Pitti apre una nuova mostra per mostrare al pubblico una collezione unica al mondo formata da oggetti realizzati nella rara e preziosa pietra blu estratta nell'unico giacimento noto nell'antichità, le cave di Sar–e–Sang sulle montagne del Badakhshan, odierno Afghanistan, visitate nel XIII secolo anche da Marco Polo. L’arte di intagliare il lapislazzulo, vanto delle botteghe di artigiani milanesi, fu introdotta a Firenze nel 1572 da Francesco I, che fece venire da Milano i fratelli Gian Ambrogio e Gian Stefano Caroni. Sede dei laboratori granducali e nucleo delle botteghe di corte fu il Casino di San Marco.

L’idea di dedicare nel XXI secolo una mostra a questa pietra carica di magici significati è stata di Gian Carlo Parodi, mineralogista del Museum National d’Histoire Naturelle di Parigi, che ha puntato non solo a proporre al pubblico squisiti manufatti artistici ma anche a coinvolgerlo nell’aspetto più prettamente mineralogico. Il Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze, diretto da Giovanni Pratesi, ha avuto un ruolo di primo piano nell’elaborazione del progetto e una sezione della mostra, dedicata alla pietra e ad aspetti di ricerca scientifica, è stata allestita al Museo della Specola.

L'esposizione del museo degli Argenti si articola in quattro sezioni.

La prima si intitola Dalla Natura all’Artificio  e presenta una selezione di campioni di lapislazzuli di varia formazione e provenienza a diretto confronto con oggetti in lapislazzuli, vasi, coppe, fiasche e mesciroba provenienti dai più prestigiosi musei d’Europa, quali il Prado di Madrid, l’Ashmolean Museum di Oxford, il Grünes Gewölbe di Dresda, il Landesmuseum Württemberg di Stoccarda. 

La seconda sezione, intitolata Commesso in pietre dure e pietre dipinte, racconta l’evoluzione dell’utilizzo del lapislazzuli nel primo Seicento in due ambiti, quello del commesso e quello della pittura su lapislazzuli, animati dallo stesso desiderio di rendere eterna e fissare la natura nei colori immutabili della pietra.

La terza sezione, battezzata La pietra blu nel fasto principesco, mostra come, nel momento in cui il lapislazzuli diventa sempre più raro, la pietra viene destinata quasi esclusivamente a oggetti profani e suppellettili sacre di grandissimo pregio artistico e di elevatissima committenza.

La quarta sezione, Dall’Oltremare al Blu Klein, è dedicata al pigmento. Quando si tratta dell’utilizzo del lapislazzuli in campo artistico il pensiero corre infatti all’azzurro ‘oltremarino’, decantato come “colore nobile, bello, perfettissimo oltre tutti i colori” nel trattato di Cennino Cennini - uno degli ultimi esponenti della grande scuola giottesca fiorentina - che descrive nei dettagli il modo di ricavare il pigmento prezioso dalla macinazione della pietra. Non si poteva chiudere la mostra senza accennare alle sperimentazioni, tentate fin dal secolo dei Lumi e protratte per tutto l’Ottocento, per ricercare materiali che potessero sostituire la preziosa roccia, di cui si reperivano nuovi giacimenti, e creare un pigmento che potesse uguagliare l’intensità dell’oltremare. 

L'esposizione resterà aperta al pubblico nel Museo degli Argenti di Palazzo Pitti fino all'11 Ottobre.



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