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Attualità giovedì 23 aprile 2020 ore 09:47

Covid e fuga dal 41 bis, parla la criminologa

Polemiche e indignazioni sul tema delle scarcerazioni al tempo del Coronavirus, la criminologa Wilma Ciocci spiega a QUInewsFirenze cosa è accaduto



FIRENZE — Il settimanale l'Espresso ha associato alcuni nomi di boss influenti della mafia e della 'ndrangheta, alla concessione degli arresti domiciliari in considerazione dello stato di emergenza sanitaria dovuto al Coronavirus ed allo stato di salute dei detenuti, l'applicazione della pena alternativa al carcere duro ha sollevato una polemica che ha investito anche le istituzioni.

Su QUInewsFirenze la criminologa fiorentina Wilma Ciocci intervenuta all'inizio dell'epidemia aveva chiosato sulla valutazione dell'impatto del Coronavirus nelle carceri italiane sovraffollate di detenuti "Paradossalmente i più sicuri sono i detenuti sottoposti al regime del 41 bis poiché isolati in celle singole con bagno privato" (qui l'articolo). 

Cosa è accaduto nelle ultime ore?

"In termini tecnici stiamo parlando di differimento della pena. L'articolo 146 del Codice penale prevede il "rinvio obbligatorio dell'esecuzione della pena" quando il condannato è affetto da A.I.D.S. conclamata, o da grave deficienza immunitaria, o da altra malattia particolarmente grave per effetto della quale le sue condizioni di salute risultano incompatibili con lo stato di detenzione. A tutto questo si aggiunge l'età ed i rischi a cui la popolazione carceraria è esposta per il Coronavirus, risulta palese la sussistenza di tutti i presupposti per la concessione della detenzione domiciliare in osservanza ai noti principi, della Corte Europea dei diritti umani. Ogni vicenda però va affrontata nel suo particolare altrimenti si rischia di scadere in generalizzazioni inopportune che alterano la realtà".

Non è stato un "libera tutti" come qualcuno ha esclamato?

"In una nota il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha spiegato che non è stata diramata alcuna disposizione a proposito dei detenuti appartenenti al circuito di alta sicurezza o, addirittura, sottoposti al regime previsto dal 41 bis. Il Dap ha detto che quella inviata il 21 marzo scorso agli istituti penitenziari è stata una richiesta con la quale, vista l’emergenza sanitaria in corso, si invitava a fornire all’autorità giudiziaria i nomi dei detenuti affetti da determinate patologie e con più di 70 anni di età. Un semplice monitoraggio, quindi, con informazioni per i magistrati sul numero di detenuti in determinate condizioni di salute e di età, comprensive delle eventuali relazioni inerenti la pericolosità dei soggetti, che "non ha, né mai potrebbe avere, alcun automatismo in termini di scarcerazioni". Il ministro Alfonso Bonafede ha in ogni caso reso noto di avere attivato gli uffici per fare le opportune verifiche e approfondimenti".

Il Covid non è quindi da intendersi come una opportunità per la criminalità organizzata?

"In caso di malattia, i detenuti sottoposti al regime di 41 bis, vengono trasferiti in strutture ospedaliere dotate di reparti speciali in cui viene assicurata l'applicazione di tutte le disposizioni di legge. In alcuni casi di particolare gravità è possibile che venga concessa la custodia attenuata, che va richiesta dai legali difensori. E’ inevitabile che alcuni detenuti possano strumentalizzare le vicende del coronavirus, cavalcando l'emergenza sanitaria nella speranza di ottenere benefici. Anche un boss in 41 bis può ammalarsi, il punto non è se il boss è malato o no ma se il boss può essere curato. Non tutti i medici sanno riconoscere una simulazione. Chi è in carcere cerca in tutti i modi di sfuggirvi e uno dei sistemi più utilizzati dalla criminalità organizzata è la simulazione delle malattie mentali. Una volta ricoverato in ospedale e riconosciuta la sua patologia, la sua pena da punitiva diventa terapeutica e l’obiettivo della strategie difensiva sarà quella di ottenere l'incapacità di intendere e volere. Nel caso del Covid sembrerebbe tutto più semplice, basta avere una patologia e 70 anni. L’esclusione dell’applicazione dei domiciliari spetta al magistrato di sorveglianza. Ad oggi, la migliore forma di prevenzione al Covid resta il 41 bis. Il regime del carcere duro è stato più e più volte aspramente criticato da organizzazioni internazionali e associazioni per la difesa dei diritti dei detenuti, come Amnesty International, Associazione Antigone, Nessuno tocchi Caino e il comitato delle Nazioni Unite contro la tortura. Recentemente il comitato Onu ha sollevato dubbi sul 41 bis chiedendosi come "un detenuto possa essere sottoposto al regime duro di cui all’articolo 41 bis anche per vent’anni" e sottolineando "l’eccessivo isolamento in cui vengono posti" i ristretti, mentre Amnesty International ha definito il 41 bis, in alcune circostanze, "crudele, inumano e degradante"."

Il carcere continua ad essere un luogo a rischio? 

"Nessuno vuole negare il principio di responsabilità per chi infrange la legge, ma, in questo momento c’è bisogno di tutelare la salute di tutti i lavoratori e degli stessi detenuti. Abbiamo bisogno di analisi approfondite che facciano crescere il grado di conoscenza e di consapevolezza, occorre un’informazione che aiuti a decodificare la realtà complessa del carcere, rompendo quella catena che, attraverso il pregiudizio, alimenta la paura della gente. Il virus è entrato in carcere e la politica è chiamata a fare la sua parte per tutelare la salute di tutto il personale penitenziario. Un operatore sano è garanzia di salute per tutti: detenuti, familiari, colleghi e pazienti. Il sovraffollamento che affligge gli istituti penitenziari ha determinato nel 2013 la condanna dello Stato italiano per trattamento inumano e degradante da parte della Corte di Strasburgo".

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