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Attualità giovedì 26 marzo 2020 ore 18:59

"Covid in carcere? Servono misure alternative"

La criminologa Wilma Ciocci analizza la situazione carceraria dopo l'allarme lanciato dalla Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria



FIRENZE — Il presidente della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria, Luciano Lucanìa ha lanciato oggi un allarme sull'epidemia da Coronavirus che ha iniziato a presentare casi di positività anche nelle carceri italiane “Nel sistema carcere ravviso molta buona volontà, ma assoluta mancanza di un piano organico condiviso per affrontare l’emergenza coronavirus già assolutamente gravissima nel contesto nazionale per i suoi riflessi sulla salute generale e sull’economia; nelle carceri potrebbe provocare una tragedia se vi fosse un impatto differente e di maggiore portata”.

La criminologa Wilma Ciocci, esperta in progetti di reinserimento sociale, contattata da Qui News Firenze, aveva già analizzato lo scenario che il Coronavirus avrebbe presentato nei penitenziari italiani (vedere articoli collegati).

La situazione dei penitenziari è realmente allarmante?

"Le misure da adottare dovrebbero garantire i diritti costituzionali dei detenuti, definitivi o in attesa di giudizio che siano, e non è una differenza da poco, in uno stato dove la presunzione di innocenza è scolpita nella Costituzione. Ad oggi, stando alle parole del ministro Alfonso Bonafede, i positivi al Covid-19 sono 15. Il ministro ha fornito risposte rassicuranti, ai deputati che lo hanno interpellato durante il question time a Montecitorio, il primo nell’era dell’epidemia ci sarebbero ad esempio 150 detenuti in semilibertà cui è stata concessa una licenza in modo da non farli rientrare in carcere la sera".

Occorre fare di più?

"L’unico mezzo per contrastare il sovraffollamento è la concessione dei domiciliari. Ma proprio il basso numero dei braccialetti rende la situazione complicata; possono andare senza il braccialetto solo coloro che hanno fine pena fino a sei mesi. Dai 6 ai 18 mesi la norma prevede il mezzo di controllo elettronico. Bonafede ha spiegato che dalle interlocuzioni con il ministero dell’Interno ne risultano disponibili 2.600 fino al 15 maggio, da installare in via progressiva settimanalmente. Ben al di sotto del numero necessario per alleggerire la popolazione penitenziaria".

Mentre per le strutture penitenziarie?

"Le carceri hanno estremamente bisogno di posti liberi, perché devono costruire reparti per l’isolamento da Covid19. Credo che sia giunto il tempo per pensare a una misura che li porti fuori, bisogna uscire dall’idea che l’unica pena sia quella detentiva. Con l’estensione dei domiciliari, la pena resta certa ma viene eseguita secondo modalità differenti, se violi le prescrizioni ti viene revocato il tempo che hai scontato in misura alternativa. L’esecuzione della pena non può prescindere dalla tutela della salute della persona ristretta. I detenuti che hanno diritto, devono essere mandati a casa o in semilibertà con licenza, valutare l’opportunità di riportare in vita uno degli strumenti temporanei rivelatisi più efficaci nella stagione post- sentenza Torreggiani: l’istituto della liberazione anticipata speciale, che aveva portato da 45 a 75 giorni al semestre la detrazione di pena ai fini dell’ammissione, tra l’altro, alla semilibertà. Chi non ha maturato il limite di pena per la detenzione domiciliare e ha diritto ad altre misure alternative può andare a casa in affidamento provvisorio o in detenzione domiciliare provvisoria".

Esiste una popolazione anziana anche in carcere?

"Bisogna trovare soluzioni per i detenuti over 65 con conclamati problemi psichici, patologie pregresse e senza domicilio. Sono troppi i detenuti che non hanno una casa, perché senza famiglia, così è per tantissimi stranieri, e quindi non possono fruire delle misure alternative. Giovanna Di Rosa, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, ha presentato una richiesta a Palazzo Marino per risolvere il problema del sovraffollamento, proponendo di ospitare i detenuti che si trovano a due o tre mesi di fine pena in un albergo".

Si parla ancora di amnistia e di indulto?

"Per chi richiede l’amnistia e l’indulto, il provvedimento secondo alcuni magistrati di Sorveglianza non avrebbe nemmeno i tempi tecnici per essere attuato. Stare in cella non è come stare a casa, gli spazi contenuti non sono quelli di una stanza condivisa da quatto o sei persone estranee l’una a l’altra, nessun momento di privacy è garantito. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stilato precise linee di comportamento per prevenire e controllare la diffusione del Covid-19 negli istituti penitenziari. I detenuti devono mantenere le distanze, lavarsi le mani, fare la doccia, non condividere posate e bicchieri, usare asciugamani usa e getta; salvo poi ritrovarsi in 6 persone in cella. In quasi la metà degli istituti penitenziari non ci sono docce nelle celle, spesso manca l’acqua calda e mancano prodotti per la pulizia e l’igiene".

Il reinserimento sociale e lavorativo rischia di subire una battuta di arresto?

"In questo momento i detenuti hanno perso ogni tipo di reinserimento sociale e lavorativo, si ritrovano soli imprigionati in una reclusione che non si sa quanto durerà. Il pensiero dei propri parenti lontani o assenti rende più facile cadere in depressione".



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