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Arte venerdì 23 giugno 2017 ore 16:04

Memorie dai piatti d’argento dei Granduchi

Con questa mostra le Gallerie degli Uffizi hanno voluto mettere in luce un episodio poco noto dell’oreficeria italiana tra Sei e Settecento



FIRENZE — Una mostra che trae la sua origine dalla ricorrenza di San Giovanni Battista, festeggiata a Firenze il 24 giugno e dalle relazioni diplomatiche di Casa Medici che estendeva la sua influenza sull’ambiente curiale romano.

Queste circostanze portarono nelle collezioni medicee una straordinaria raccolta di piatti istoriati d’argento, eseguiti su disegno dei più significativi artisti romani del tempo. Il cardinale Lazzaro Pallavicini, originario di Genova, volendo porre la sua Casata ai vertici dell’aristocrazia romana, avviò le trattative per il matrimonio della nipote Maria Camilla con Giovan Battista Rospigliosi, nipote di papa Clemente IX, matrimonio che fu celebrato nel 1670 con la benedizione del Cosimo III dei Medici.

Riconoscente per i molti favori ricevuti dal Granduca, il Cardinale aveva disposto, per legato testamentario, che il suo erede dovesse donare al Granduca fiorentino e dopo di lui al suo primogenito un argento lavorato il cui valore ammontasse a trecento scudi e così fu fatto dopo la morte del cardinale, avvenuta il 20 aprile 1680. 

A partire dal 1680 e per ben cinquantotto anni Cosimo III e il suo successore, il figlio Gian Gastone, ricevettero altrettanti pregiati bacili d’argento con storie che illustravano i fasti dinastici della Casata fiorentina.

Le ricerche condotte in occasione della mostra hanno permesso di stabilire che negli anni immediatamente successivi ad occuparsi dell’adempimento del legato fu il cardinale Giacomo Rospigliosi, che si servì dei disegni di Carlo Maratti, tra i massimi esponenti della pittura romana della seconda metà del Seicento, disegni conservati a Chatsworth ed esposti in mostra. 

A Firenze gli argenti arrivati in dono a Cosimo III erano conservati gelosamente nella Guardaroba di Palazzo Vecchio, mentre quelli donati al tempo di Gian Gastone rimasero nella residenza di Palazzo Pitti. 

Estinta la dinastia medicea, nonostante il Patto di Famiglia stipulato il 31 ottobre 1737 fra Anna Maria Luisa Elettrice Palatina e il nuovo granduca di Toscana Francesco Stefano di Lorena, i piatti di San Giovanni, come tutti gli altri argenti, furono considerati una preziosa risorsa per ripianare il bilancio precario dello Stato toscano al fine di favorire le imprese militari. 

La difesa del patrimonio mediceo da parte dell’ultima dei Medici fu strenua, come dimostra il carteggio esposto in mostra, dove si fa esplicito riferimento ai ‘piatti di san Giovanni’, visti come una celebrazione della sua Casata.

I piatti, a parte i primi due sicuramente fusi per ordine lorenese, erano ancora presenti negli anni 1789 – 1791, quando vennero esposti nella sala delle medaglie della Galleria degli Uffizi, incorniciati come veri e propri quadri. Le esigenze di spazio e la scarsa considerazione in cui caddero ne decretarono la scomparsa. 

Dei ‘piatti di san Giovanni’ sarebbe svanito anche il ricordo se la Manifattura Ginori di Doccia, per volontà del suo fondatore, il marchese Carlo Ginori, tra il 1746 e il 1748 non avesse fatto realizzare dall’argentiere Pietro Romolo Bini, già attivo nella Galleria dei Lavori, le forme in gesso tratte dagli originali in argento da cui sono derivati i calchi in gesso esposti in mostra. 

Oggi i calchi, donati molti anni fa dal marchese Leonardo Ginori Lisci alle Gallerie fiorentine, sono esposti nelle sale di Palazzo Pitti che accolgono il Tesoro dei Medici e sono l’unica testimonianza tangibile della magnificenza della perduta serie in argento. 



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