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venerdì 15 novembre 2019

Attualità martedì 01 ottobre 2019 ore 11:20

"Gioco d'azzardo? E' patologia, non basta vietare"

Parla la sociologa che collabora con il fondatore della Società italiana, intervento patologie compulsive, primo centro di recupero per giocatori



FIRENZE — A fornire i dati sul fenomeno del gioco d'azzardo sul territorio fiorentino è stato, durante la scorsa estate, il capogruppo del Partito Democratico, Nicola Armentano che ha spiegato come "Il 32 per cento in più di sanzioni nei primi sei mesi di quest'anno elevate ad attività che non rispettavano l'ordinanza del luglio 2018 sulle slot machine ci dice che siamo sulla strada giusta. Ma, accanto al contrasto, il Comune di Firenze sta già lavorando con forza sulla prevenzione". L'ordinanza comunale ha imposto degli orari alle attività ma "Molte attività non rispettavano le fasce orarie stabilite dall'ordinanza - ha spiegato Armentano - vigileremo e controlleremo che il ricavato delle sanzioni venga utilizzato per progettare servizi a difesa delle dipendenze, e rilanciamo anche la nostra idea di creare un osservatorio permanente, che sia in grado di avere dati sempre aggiornati in tempo reale sul fenomeno della ludopatia e delle altre forme patologiche di dipendenza. Firenze vuole essere città capofila in Italia per la lotta al vizio del gioco" ha concluso a nome della maggioranza.

Per conoscere i punti deboli che portano a subire fascino e rischi del gioco QuiNews Firenze ha contattato la dottoressa Wilma Ciocci, criminologa e sociologa che collabora con il professore Cesare Guerreschi fondatore nel 1999 della Società Italiana, Intervento patologie compulsive, primo centro di recupero per giocatori d’azzardo patologici.

E' corretto parlare di ludopatia?

"Usiamo spesso il termine "ludopatia" che non è corretto perché la reale dipendenza non deriva dal gioco - ludus, ma dai soli giochi che implicano l’azzardo. Questo finisce per screditare tutta una categoria di giochi e di operatori del settore che operano in modo legale ed intraprendono persino percorsi formativi. Il problema è l’azzardo nella degenerazione compulsiva che può scatenare. Nelle cosiddette nuove dipendenze non interviene alcuna sostanza chimica e riguardano il gioco d'azzardo come lo shopping compulsivo, l'internet addiction, fino alla dipendenza sessuale oppure affettiva". 

Perché si diventa dipendenti?

"Il piacere di giocare diventa incontrollabile e dunque patologico. Può stravolgere rapporti familiari, lavorativi e sociali a livelli che non possiamo neppure immaginare, non avendoli ancora studiati in modo approfondito in Italia. La terapia è una opzione presa in considerazione solo arrivati ad un punto morto, ad esempio quando finiscono i soldi. Spesso c'è solo una pausa per brevi periodi, perché poi subentra l'illusione di potersi rifare di tutte le sconfitte". 

Esistono meccanismi che incentivano chi tenta di smettere?

"Si tratta spesso di false rappresentazioni della realtà come ad esempio le vincite altrui. Vedere che qualcuno è riuscito a farcela, aumenta la percezione di poter vincere e così il soggetto persevera".

Staccare la spina e chiudere i locali può aiutare? 

"Il proibizionismo non serve perché aumenta le possibilità di finire sulla strada del gioco illegale. Esistono molti strumenti oggi per accedere a piattaforme di gioco, persino dal cellulare. Occorre investire sulla formazione di operatori che forniscano assistenza in modo competente e per fare questo il primo passo è allontanarsi dalla ludopatia ed entrare nell'ordine di idee che si tratta di una patologia che ha segnali e riferimenti specifici, e come tale deve essere trattata".



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