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Attualità mercoledì 02 novembre 2016 ore 19:00

Il valore della morte nelle mani di Dio

L'arcivescovo Betori ha celebrato nella cattedrale di Santa Maria del Fiore la messa per la commemorazione dei defunti



FIRENZE — Questo il testo integrale dell'omelia del cardinale Giuseppe Betori:

"Le sofferenze che soffocano l’esistenza umana, in particolare le sofferenze dei giusti, appaiono come una sfida scandalosa alla coscienza dell’uomo contemporaneo. Per molti sono motivo per dubitare di Dio. Questi non potrebbe essere buono e giusto, se permette che il giusto subisca la pena, il castigo della sofferenza. E il vertice della sofferenza a cui l’uomo, il giusto, viene sottoposto appare essere proprio la morte, il destino cinico verso cui tutti sono incamminati, che si abbatte su ogni desiderio, che interrompe ogni sogno e ogni attesa. Che ci sia la morte, che l’uomo debba rinunciare all’anelito alla vita, ben presente invece nel suo cuore, appare come una insopportabile ingiustizia. La morte sarebbe la prova evidente della non esistenza di Dio.

Diversamente pensa il libro della Sapienza, che abbiamo ascoltato nella prima lettura. C’è un modo diverso di leggere la sofferenza e la morte. Dal male nel mondo non consegue ineluttabilmente il rifiuto di Dio, al contrario. Anche le negatività di un percorso di vita possono acquisire un valore all’interno di un progetto che si riconosce affidato alle mani del Creatore. Il male con cui dobbiamo fare i conti viene interpretato dal sapiente biblico come un essere posti alla prova, «saggiati come oro nel crogiolo», un passaggio in cui si misura la verità e la saldezza della nostra fedeltà a Dio. Questo vale per ogni pena e castigo, vale anche e soprattutto per la morte.

La morte, inoltre, se «agli occhi degli uomini» appare come «una sciagura», «una rovina», allo sguardo della fede si rivela invece come essere «nella pace», perché significa essere posti «nelle mani di Dio». Ciò che «agli occhi degli stolti», cioè per un pensiero umano chiuso alla trascendenza, appare uno scandalo, un precipitare nel buio, è in realtà il passaggio verso una rivelazione piena, una luce di verità che risplende, «come scintille nella stoppia».

Facendoci entrare in pienezza nel regno del Signore, la morte, lungi dall’essere il velo che copre la terra, l’incomprensibile esito di una vita che vorremmo non finire mai, è invece lo svelamento dell’identità di ciascuno e il compimento del progetto della vita: «coloro che confidano in lui [in Dio] comprenderanno la verità». Confidare e comprendere, sono le parole che usa il sapiente; non si tratta soltanto di capire come stanno le cose, ma prima ancora di affidarsi con l’apertura del cuore, perché tutto è avvolto in Dio da una volontà d’amore: «i fedeli nell’amore rimarranno presso di lui, perché grazia e misericordia sono per i suoi eletti».

La morte appare così non più espressione odiosa del lato oscuro della vita, ma una rivelazione e un passo d’amore. Questo, ovviamente, se si è convinti che Dio c’è, che egli dà senso a tutte le cose, e che questo Dio ci ama, perché ci ha creati per amore. La domanda su Dio diventa allora decisiva e preliminare a ogni domanda sulla morte, e l’annuncio della verità su Dio è il centro della testimonianza dei credenti davanti al mondo. La morte svela il proprio significato solo se si accoglie la fede in Dio, e in un Dio d’amore, ma è anche l’esperienza in cui possiamo cogliere il volto di un Dio che ama la nostra vita. Passando attraverso la morte entriamo nell’abbraccio di Dio.

Questo volto di Dio è ciò che illumina l’esistenza umana anche nel tempo, come suggerisce la pagina dell’Apocalisse. Il mondo, questo mondo, è lo spazio che ospita la città di Dio, quella comunione di vita con lui iniziata dalla venuta del suo Figlio tra noi. La città celeste che ci attende e che dà speranza alla nostra vita non è un’utopia, ma lo sbocciare nell’eterno di quel seme di umanità nuova che si è radicato nella nostra storia con la persona del Figlio di Dio fatto uomo. Egli è «la tenda di Dio con gli uomini», una presenza che riempie di senso la storia e che ci dice che Dio ha per noi un’abitazione eterna nel cielo, che è il nostro vero e ultimo destino, il nostro pieno compimento. Colui che fa nuove tutte le cose ha già immesso un germe di novità nella storia con la presenza del suo Figlio e questo seme produce frutti ogni volta che qualcuno segue le sue orme e vive secondo la sua parola.

Ogni amarezza verrà cancellata oltre la soglia della morte, là dove ci attende l’assoluta presenza di Dio, il Dio-con-noi, e la manifestazione piena del suo amore, quando egli si rivelerà come il nostro Dio e noi appariremo come figli suoi.

La strada che conduce a questo cielo nuovo e a questa terra nuova viene mostrata da Gesù nella pagina delle Beatitudini. Un programma di vita, ma soprattutto una promessa di amore da parte di Dio, la certezza che, per chi si affida a lui, brilla una speranza sicura.

Ci viene promesso il Regno, la consolazione, la terra, la sazietà, la misericordia, la visione di Dio, la ricompensa grande nei cieli, e su questa promessa si fonda la speranza cristiana. Ma questa speranza può radicarsi e crescere solo in un cuore povero, cioè umile, compassionevole, mite, misericordioso, puro, operatore di pace, perseguitato per la giustizia e per il Signore.

Se è vero che il traguardo della morte ci indica il cielo come la nostra vera patria, questo però non ci allontana dalle nostre responsabilità in questo mondo, perché il cammino verso di essa deve compiersi nella fedeltà a questo volto del povero in spirito che diffonde attorno a sé amore e pace. Ma la parola di Gesù ci consola, perché ci rivela che questo cammino non è affidato alle nostre deboli risorse, bensì alla grazia divina.

La logica della vita cristiana, qui e nell’eternità, resta la logica del dono; a noi è chiesta la disponibilità ad accogliere l’evento di Dio nella nostra vita. Questa stretta unità tra il presente della fede e il futuro della visione, ci sorregge nella speranza in questo tempo e ce ne rende attivi protagonisti per orientarlo verso le cose nuove che Dio farà per l’umanità, lui che è «l’Alfa e l’Omèga, il Principio e la Fine".

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