Cultura

Canè, L'orchidea bianca: la famiglia che resta

Il nuovo romanzo di Gabriele Canè, per Baldini e Castoldi, è una visita alla Certosa di Bologna che diventa chiacchierata in famiglia.

Basta un fiore sulla tomba per riaprire una porta, e dall'altra parte ritrovare la tavola di casa, le voci, i sorrisi. È la porta che Gabriele Canè varca ne "L'orchidea bianca", il suo nuovo romanzo, in libreria e sulle piattaforme online per Baldini e Castoldi, nella collana I Lemuri (17 euro), in collaborazione con la Fondazione Pallavicino. 

L'autore torna da Firenze alla Certosa, il cimitero di Bologna, per ritrovare i suoi: mamma e babbo, Elena e Volturno, i nonni, lo zio Agostino e Diego, l'amico d'infanzia scomparso troppo presto. La visita diventa una chiacchierata, forse immaginaria, come nel salotto di casa. Affiorano vicende private, amori sbocciati in ospedale, divieti, piccoli gesti di ribellione e destini che, dietro un'apparente normalità, custodiscono storie tutt'altro che banali. Come quella della madre, che amava sfrecciare sul Mosquito, e del padre, che lavorava all'Istituto Ortopedico Rizzoli e, proprio per ciò che vedeva ogni giorno, al figlio il motorino lo aveva sempre vietato. Fino al nonno Adelmo, sospeso tra ossessioni culinarie e invenzioni. 

Sulla quarta di copertina, una frase dice tutto: 

"Non ci sono vivi e morti. C'è la tua famiglia, seduta a tavola, in salotto a chiacchierare."

Dopo "Trolley", viaggio nelle abitudini di ogni giorno, il filo ora è quello della memoria. 

"Vero, la memoria è il filo conduttore del romanzo, ma non con il tono della commemorazione. Per carità. Nostalgia, certo, ma anche sorrisi. E la voce di persone care che il tempo non ha cancellato."

Una famiglia normale, la sua. 

"Certo, lo diceva mia madre, ed è così: padre, madre, noi due fratelli, lo studio, il lavoro, le nostre nuove famiglie. Con gli alti e bassi di tutti, le gioie, i dolori."

E l'orchidea del titolo? 

"È il fiore che porto sempre sulla tomba dei miei. Mi pare piacesse a mia madre. Un omaggio, un segno del mio passaggio, anche se penso che comunque, da qualche parte, mi vedano, mi tengano d'occhio." 

Rigorosamente bianca, ma non sempre perfetta: 

"Nella visita che racconto nel libro aveva qualche striatura. E la mamma mi ha sgridato. Aveva un carattere, quella... Leggete, e non vi annoierete!"

Bolognese, classe 1951, giornalista professionista dal 1976, Canè è una firma ben nota anche ai lettori fiorentini: ha diretto "La Nazione" dal 1991 al 1995 e di nuovo dal 2012 al 2015, oltre a "Il Giorno" e "Il Resto del Carlino". Dopo l'esperienza al "Giornale" di Indro Montanelli, come responsabile della redazione di Bologna e corrispondente da Parigi, è oggi editorialista del "Quotidiano Nazionale". Accanto al giornalismo coltiva la narrativa: tra i suoi libri "Dove eravamo rimasti" (2020), "Sarà un caso" (2023) e "Trolley" (2025).