Minacciate da due pazienti, due dottoresse della guardia medica sono dovute ricorrere all'intervento della polizia municipale per essere poste in sicurezza: è successo in uno dei presidi di continuità assistenziale di Firenze, quello di via Gabriele D'Annunzio, e a darne notizia è stato il presidente dell’Ordine dei medici chirurghi e odontoiatri della provincia di Firenze, Pietro Dattolo.
I fatti sono avvenuti nella notte fra il 5 e il 6 Luglio scorsi: “Due colleghe sono state minacciate e insultate mentre lavoravano nel presidio", riferisce Dattolo.
“Secondo quanto ricostruito dalle colleghe – spiega ancora - due uomini si sono presentati nella struttura. Non volendosi registrare al numero unico 116117, come previsto dalla procedura aziendale, hanno assunto un comportamento progressivamente aggressivo e intimidatorio nei loro confronti, rendendo necessario l’intervento della polizia municipale".
"Le colleghe, che fortunatamente non sono rimaste ferite, hanno comunque vissuto momenti di forte tensione e preoccupazione per la propria incolumità. Una di loro - è il racconto - ha dovuto prolungare il proprio turno per l’impossibilità di uscire in sicurezza dalla struttura”.
L'episodio riaccende i riflettori sul fenomeno delle aggressioni al personale sanitario, per la cui prevenzione tra l'altro la Regione ha appena stanziato nuovi fondi: "Chi svolge un servizio sanitario, soprattutto nelle ore notturne e in contesti di particolare delicatezza, deve poter lavorare in condizioni di sicurezza e serenità”.
“Dobbiamo uscire dalla logica della contrapposizione: il medico non è un avversario del paziente, bensì un professionista che lavora per la tutela della sua salute”, sottolinea Dattolo.
“Ogni aggressione – conclude – colpisce non solo il singolo professionista, ma l’intero sistema sanitario e il rapporto di fiducia tra cittadini e operatori della salute. Ancora più odiosi sono gli atteggiamenti intimidatori e violenti verso le donne che lavorano nella sanità, perché alla rottura del rapporto tra medico e paziente si unisce una chiara discriminazione di genere”.