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martedì 25 aprile 2017

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

L'isola

di Marco Celati - giovedì 20 aprile 2017 ore 07:30

"Nessun uomo è un'isola, completo in se' stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto... La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell'umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: essa suona per te." Scrive John Donne e presta il concetto ed il titolo ad Ernest Hemingway per il libro "For Whom the Bell Tolls", per chi suona la campana, che narra vicende romanzate della guerra civile spagnola a cui l'autore partecipò come corrispondente di guerra nelle file dell'esercito popolare repubblicano. Doppia resistenza: quella dei repubblicani contro franchisti, fascisti e nazisti, ma anche quella dei lettori, almeno la mia, a districarmi nella trama intrigata e infinita del capolavoro.

Comunque sia, è vero e condivisibile che non siamo né dovremmo essere isole perdute nel mare della solitudine, ma parti di un unico continente e oggi dovremmo dire di un unico pianeta. Magari, per quanto mi riguarda, con qualche preferenza di interpretazione o di collocazione residenziale che, se mai potessi, vorrei contrattare. Invece di un unico continente potremmo trovarci d'accordo sulla dimensione di un arcipelago? A me andrebbe meglio: isole interrelate, collegate tra loro, vicine le une alle altre. Lì e così, a me piacerebbe vivere. Sarebbe piaciuto, perché gran parte della vita è ormai trascorsa. Ma, in realtà, chissà poi che non sia stato così, nel male e nel bene.

Questo concetto dell'uomo fra gli uomini, come isole in un arcipelago sarebbe piaciuto a Giorgio Amendola, uno dei grandi dirigenti del Partito Comunista Italiano? "Un'isola", è stato per me e molti della mia generazione, un libro di formazione e non solo politica. Come il precedente, "Una scelta di vita". Ma per me "Un'isola" di più, per la sua scrittura privata, quasi domestica.

L’isola è quella di Ponza, l’isola del confino degli antifascisti, ma anche quella dell’uomo e della sua identità. Sull'isola Amendola ritrova i sui studi, i compagni di lotta, le privazioni, la moglie Germaine Lecocq, figura centrale del romanzo e della vita. E presagisce la guerra, ma anche la dimensione europea, l'unità delle forze di ispirazione comunista e socialista. Non ero amendoliano, mi etichettavano un po' più a sinistra, semmai con gli ingraiani, ma di Ingrao apprezzai tanto la raccolta di poesie "Il dubbio dei vincitori". Isole sono anche i libri su cui il lettore liberamente "approda" di volta in volta. Basterebbe collegarne il sapere e la consapevolezza appresi. Oggi tutto è connesso in rete, ma chissà se veramente interrelato: chissà se riusciamo a sentirci isole di un arcipelago. Temo che oscilliamo, di volta in volta, tra isolamento informatico e omologazione totale.

L'isola è anche quella di Arturo, di Elsa Morante, il viaggio di un bambino, orfano di madre, verso l'età adulta nell'eden di Procida. I fatti narrati risalgono al 1938, "L'isola di Arturo" fu pubblicato nel '57 e si aggiudicò il "Premio Strega". Oltre il neorealismo, c'era bisogno di un realismo magico e poetico. Non privo comunque di riflessioni impegnative e concrete: la crescita, la disillusione, la gelosia, la solitudine, il tema dell’omosessualità del padre. Il passaggio dalla fantasia alla realtà che arriva violenta e improvvisa nella vita. E infine l'abbandono dell'isola e la partenza di Arturo, arruolato, verso il continente. Il nome del protagonista, è il nome di una stella e di un glorioso re guerriero. Io avevo uno zio che si chiamava Arturo e lavorava alla Piaggio.

Un'isola adolescenziale fu "L'isola del tesoro" di Robert Louis Stevenson che però non ho mai letto. Di Stevenson lessi invece "Lo strano caso del Dottor Jeckill e del Signor Hide" di cui, più del contrasto tra bene e male, mi è restata impressa a memoria l'evocativa dedica a Katharine De Mattos: "È male sciogliere i legami che Dio decretò di stringere; torneremo ad esser figli della brughiera e del vento. Pur lontani da casa, oh è ancora per me è per te che la ginestra fiorisce, bella, nei paesi del Nord." L'isola del tesoro l'ho vista a puntate alla tivvù, in bianco e nero, se non ricordo male. Infatti non mi ricordo una sega, solo la tenebrosa sigla dello sceneggiato, la canzone dei pirati che faceva: "Quindici uomini, quindici uomini, sulla cassa del morto, yo, oh, oh! E una bottiglia di rum!". La vita e anche la morte di Stevenson superarono la letteratura. Lo scrittore scozzese, di salute precaria, stabilì la sua dimora a Upolu, la principale delle isole Samoa. Qui visse dal 1890 fino alla morte, riverito dagli indigeni che lo chiamavano "Tusitala", narratore di storie. E là è sepolto, sul monte Vaea, dove gli è stato eretto un monumento funebre.

C'era un'isola chiamata Utopia. Per crearla fu tagliato l'istmo che la collegava al continente, nella fantasia di Thomas More che nel 1500 concepì una "societas perfecta", oltre gli schemi della società inglese del tempo. "L'Utopia" di Tommaso Moro esprime il sogno rinascimentale di una società pacifica dove è la cultura a dominare e a regolare la vita degli uomini. Sull'isola di Utopia si lavorava 6 ore al giorno, come oggi nel pubblico impiego. Solo si lavorava la terra, il resto del tempo era dedicato allo studio, alle arti e al riposo. Del commercio e del denaro non vi era necessità e la proprietà privata era abolita, i beni erano in comune. Le nascite controllate. La schiavitù era riservata solo ai reprobi. L'isola era retta da un principe, il governo effettivo era affidato a magistrati eletti dai rappresentanti di ogni famiglia. Vigevano libertà di pensiero e parola, nonché tolleranza religiosa, tutte cose rivoluzionarie per l'epoca; una limitazione solo per gli atei che non potevano ricoprire cariche pubbliche. D'altronde tutto non si può pretendere, nemmeno in una società perfetta. Utopia, secondo che suffisso si considera dal greco, "ευ" bene oppure "οὐ" non, vuol dire ottimo luogo o non luogo e forse significa entrambe le cose: un ottimo luogo in nessun luogo. Insomma "Neverland", l'isola di di Peter Pan che non voleva crescere -che ansia!- di James Matthew Barrie, cantata da Bennato: "seconda stella a destra, questo è il cammino e poi dritto fino al mattino, poi la strada la trovi da te, porta all'Isola che non c'è".

Un'isola di riferimento in questo filone è quella di Aldous Huxley, l'isola immaginaria di Pala, abitata da un popolo gentile che coniuga scienza ed arte, vive in armonia con la natura e si fa di buddismo e mescalina. Ma anche questa solare Utopia è destinata a venire travolta dalla barbarie della cosiddetta civiltà. "L'isola" è stato scritto nel 1962 da Huxley, trentanni dopo "Il Mondo Nuovo", romanzo di fantascienza di genere distopico, il suo più famoso. "Il mondo nuovo" me lo regalò un bravo giornalista che credeva in me e per fortuna in molto altro, ma forse ora non spera più. Diceva che lo zio Aldous aveva già previsto tutto: eugenetica, controllo mentale, indottrinamento, divisione programmata in caste della società e, come rimedio all'eventuale infelicità, la somministrazione di una droga euforizzante. "Ognuno appartiene a tutti", non ci sono più vincoli familiari o di coppia. La produzione seriale, che regola l'economia, viene applicata anche alla riproduzione umana: gli embrioni vengono prodotti e sviluppati in fabbrica. Insomma George Orwell, quello del Grande Fratello, lo stigmatizzatore dei totalitarismi, era una "bucciata di co'omero", un allegrone. Oggi, in tempi di crisi, l'utopia cede il passo proprio alla distopia, che è il suo esatto contrario: l'infausta profezia del regresso a cui ci condurrebbe fatalmente il futuro. Toccatevi pure.

Nel 1994 Umberto Eco pubblicò "L'isola del giorno prima", estenuante riflessione tra fede e scienza, tra spazio e tempo, tra necessità e fine del romanzo. Roberto de la Grive è naufrago sulla nave Daphne con un vecchio gesuita, Padre Caspar, in una baia a un miglio da un'isola oltre le Salomone. I due potrebbero anche guadagnare a nuoto la riva, se nuotare sapessero. Facemmo bene a mandare in piscina i figli, non è detto che ne avrebbe sofferto la letteratura e, di sicuro, si sarebbero salvati. La Daphne era partita alla ricerca del "punto fijo", ovvero dell'antimeridiano di Greenwich per risolvere il problema delle longitudini. Un enigma per il 1600, incerto tra teorie copernicane e tolemaiche e la ricerca galileiana: come può essere che "ieri" e "oggi" siano divisi da un meridiano? È possibile, valicando quel meridiano, raggiungere l'isola del giorno prima per "arrestare l'orrido incedere del proprio domani"? Noi entriamo nella vita sapendo che la legge è uscirne, dunque il vero mistero è quello naturale della fine o piuttosto quello dell'inizio? Prima di noi c'è l'eternità della materia o l'eternità di Dio? Nella vita le cose accadono perché accadono, il grande nulla è la sostanza del tutto e solo nel "Paese dei Romanzi" l'accadimento sembra aver luogo per qualche scopo, provvidenza o necessità. Alla fine il romanzo non si conclude, non ha una fine degna di essere narrata per l'autore che si limita a formulare delle ipotesi e così diventa il romanzo che non c'è. Suggestivo quanto complicato, anche un po' palloso, a esser sinceri, ma Umberto Eco è sempre Umberto Eco. Anzi era, purtroppo.

E infine veniamo all'oggi, che poi tanto oggi non è, visto che si tratta di un format televisivo ricopiato da altre edizioni di più tarda data e "finalmente" approdato sulle nostre reti. "L'isola dei famosi"! Una cazzata sesquipedale, un reality che impone a delle cosiddette celebrità, spesso non così celebri, un naufragio di un paio di mesi su alcune isole dell'Honduras. Nella fase finale sono rimasti in vita Raz Degan, che è israeliano e non veneto, come parrebbe da nome e cognome. Un modello, nel senso di indossatore, piacente e famoso anche per la pubblicità di un amaro in cui diceva sostanzialmente "bevo Jegermeister perché sono cazzi miei". E anche nell'Isola ha continuato a farseli, però in fondo, devo ammettere, almeno simpatico e personaggio. Veneta è invece Eva Grimaldi, un ex attrice, ex soubrette del Bagaglino attempata, nemmeno tanto brava, nemmeno tanto simpatica. È passata da Gabriel Garko a Imma Battaglia, storica leader del movimento LGBT con la quale è legata sentimentalmente da tempo, ha fatto coming out e lotterà per i diritti degli omosessuali. Evviva! Poi c'è Malena, una giovane pornostar sponsorizzata da Rocco Siffredi, regina per sua stessa ammissione del "doppio anale" -che non deve essere una specialità del tennis- e, se non fosse per quel mestiere un tantino impegnativo, sembrerebbe la più tranquilla. Infine Nancy, una petulante cantante neomelodica napoletana e Simone un modello catanese, sempre inteso come indossatore. Come per l'ultimo immortale ne resterà uno solo. La cosa sorprendente è l'illusione e lo stravolgimento del mito del buon selvaggio. Niente a che vedere con il naufrago Robinson Crusoe di Daniel Defoe con il suo Venerdì. Questi recitano giorno e notte davanti ad una telecamera e giocano ad eliminarsi con odio cordiale e colpi bassi e poi vinca il migliore. D'altronde il reality sopravanza la realtà, figuriamoci la letteratura! Conducono, in studio, Alessia e Vladi. Da Vladimir Lussuria, diciamo la verità, ci aspettavamo qualcosina di più. Bello sarebbe se ce li avessero lasciati davvero sull'isola. La produzione è fallita, l'audience è crollata, finiti i soldi, dispiace, arrangiatevi un po' fra voi. E in Scozia è andata proprio così: la trasmissione ha chiuso i battenti per i bassi ascolti e i dieci concorrenti del programma "Eden", il reality show britannico in onda su Channel 4, non avvisati da nessuno, hanno continuato a vivere per otto mesi nella remota West Highland, pensando di andare in onda. Come quei soldati giapponesi, rimasti in assetto di guerra sulle isole del Pacifico molti anni dopo la fine della seconda guerra mondiale perché nessuno aveva detto loro che era finita. Se li erano dimenticati. Per fortuna invece è andato tutto bene per i nostri concorrenti e li abbiamo potuti continuare a guardare e votare. "L'isola", con uno share alle stelle, quattro milioni di spettatori, ha concluso felicemente la sua dodicesima edizione e, dopo confessionali, nomination, prove varie, pubblico in delirio, genitori e parenti in lacrime, nonché televoto, nel finalone Raz è risultato il "famoso" vincitore. Come volevasi dimostrare, ovvero cronaca di una vittoria annunciata. Perché in realtà siamo noi teledipendenti, i veri naufraghi. Naufragati sul divano di casa, davanti alla tivvù.

Insomma amo le isole. I miei viaggi della memoria rimangono quelli all'isola del Giglio, alla Capraia, all'Elba, a Pianosa, alle Tremiti, a Favignana, all'isola lacustre Polvese sul Trasimeno, alle isole fluviali Tiberina a Roma e Île de la Cité a Parigi. Anche a Isola di San Miniato, alla Casa del Popolo e scusate se è poco. In tutte ho lasciato giovinezza e amore. Mi sarebbe piaciuto abitarci in un'isola e forse l'ho fatto, a modo mio. Ma avrei dovuto vivere e amare, leggere e studiare di più.

Quando si lascia un'isola, si dice che andiamo sulla terra ferma. Come se le isole si muovessero, alla deriva, nei mari e negli oceani. E forse è proprio così: si muovono e noi con loro e non solo nel mare, anche nel cielo, sul filo dell'orizzonte, per chi ha l'orizzonte negli occhi. Anche fosse l'orizzonte degli eventi e un buco nero la vita. Lievi, come "l'isole dell'aria migrabonde la Corsica dorsuta o la Capraia". Anche i libri sono isole e ci portano, di isola in isola, lontano da noi e dentro di noi, distanti e più vicini gli uni agli altri, perché ci isolano con la lettura e ci riconnettono con la conoscenza. Considero i libri uno dei più grandi valori che l'umanità possieda. I miei sono sparsi nelle case che ho lasciato lungo la vita e dove ho abitato ed abito, in parte abbandonati in soffitte oppure ancora stivati in cantine. Eppure lì, con loro, risiede la mia vera ricchezza. La mia libreria è nell'anima. Ciò che ricordo e perfino che ho dimenticato di aver letto, è quello che sono stato e che sono. Perché quando mi addentro tra le pagine scritte, tutto sembra quietarsi ed io rivivo.

Marco Celati

Pontedera, 11 Aprile 2017

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"L'isole dell'aria migrabonde..." è Eugenio Montale, "Casa sul mare" da "Ossi di seppia".

Marco Celati

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